Caccia al cinghiale

Caccia al cinghiale

Contemporaneamente la braccata, laddove consentita, deve essere regolamentata in modo dettagliato, con lo scopo di migliorare la sicurezza e l’efficacia delle azioni e ridurre, contemporaneamente, l’impatto determinato sulle altre specie di fauna selvatica, prime fra tutti gli ungulati. Va inoltre necessariamente previsto anche il servizio di recupero dei capi feriti, formato da un adeguato numero di “unità di recupero”, costituite da un cane e un conduttore abilitati, distribuite sul territorio, alle quali le squadre di caccia dovrebbero obbligatoriamente rivolgersi in caso di man­cato ritrovamento delle carcasse dei cinghiali abbattuti. E’ infatti importante che il capo colpito e ferito venga ritrovato e abbattuto e ciò per ragioni di sicurezza, ma anche di etica venatoria e per motivi economici. L’azione di recupero non è un’azione di caccia, ma un importante servizio di gestione faunistico-venatoria e pertanto prescinde dai limiti posti dal calendario venatorio e dalla rigida delimitazione degli istituti venatori pubblici e privatistici. Il recupero quindi dovrebbe essere svolto in ogni giorno della set­timana e anche negli istituti di protezione, naturalmente con ogni precauzione possibile.

Periodi e giornate di caccia al cinghiale

I periodi per lo svolgimento della caccia al cinghiale sono fissati dalla legge statale sulla caccia n. 157/1992, dalle leggi regionali e dai calen­dari venatori, che sinteticamente sono così rappresentati:

– un periodo autunnale-invernale (da ottobre a dicembre o da novem­bre a gennaio) per la caccia in braccata e in girata;

– un periodo più esteso (in linea generale da giugno a gennaio, ma anche a partire da aprile) per la caccia di selezione.

La normativa statale a tal riguardo consente la possibilità di praticare la caccia di selezione agli ungulati (e il cinghiale a un ungulato) per un periodo più ampio rispetto a due mesi canonici previsti dalla legge n. 157/92 sulla base di adeguati piani di abbattimento, distinti per sesso e classe d’età. La caccia di selezione, rispetto al controllo, ha però il limite dei tempi di svolgimento, estesi da un’ora prima dell’alba a un’ora dopo il tramonto, a differenza del controllo che invece può essere svolto anche di note (su autorizzazione personale), quando è più facile contattare il cinghiale viste le sue abitudini prevalentemente notturne. Si rende inoltre opportuno definire le giornate, durante le quali possono essere esercitarte la cacce collettive al cinghiale in modo omogeneo sull’intera unità territoriale di riferimento, tenendo anche in considerazione le esigenze dei cacciatori che praticano altri tipi di caccia, ma anche di quelle persone che fruiscono del territorio per attività non venatorie (come la raccolta dei funghi e le escursioni)

L’organizzazione territoriale del prelievo venatorio deve assoluta­mente mirare al forte coinvolgimento dei cacciatori, sia singoli sia in squadra, nella gestione della specie e delle problematiche della stessa prodotte. Diventa pertanto obbligatorio l’individuazione di zone fisse di caccia, in cui le singole squadre possano praticare undiritto di caccia esclusivo, assumendosi, contemporaneamente, tutte le responsabilità che la gestione del cinghiale comporta, riguardanti sia lo svolgimento dei censimenti, del rilevamento e del risarcimento dei danni, la realizzazione dell’attività di prevenzione e l’attuazione degli interventi di controllo. Per evitare che si possano generare contrappo­sizioni tra le varie squadre sarà quindi opportuno che le zone assegna­te alle singole squadre abbiano superfici e densità animali simili in modo da ottenere carnieri equivalenti. Ogni anno, sulla base dei dati di consistenza stimati e delle densità ritenute compatibili con le attività agricole, vengono predisposti i piani di abbattimento da assegnare a ogni squadra. Il prelievo dovrà essere poi continuamente monitorato in modo da valutare in tempo reale l’andamento degli abbattimentie, in caso di inadeguatezza dei piani formulati rispetto alla reale con­sistenza del cinghiale sul territorio, si potrà, in presenza di rischi di danno alle colture, intervenire concedendo un ampliamento del piano. Qualora invece il piano di abbattimento non venga completato si potranno organizzare degli interventi di controllo a caccia terminata, al fine del raggiungimento degli obiettivi prefissati. Al termine del pe­riodo di caccia, dopo che sono stati raccolti e analizzati i dati definitivi relativi all’attività svolta, a opportuno che vengano organizzati dagli A.T.C. incontri pubblici con le diverse categorie di interesse (cacciatori, agricoltori, ambientalisti) per l’illustrazione dei risultati ottenuti: questa sicuramente è un occasione per consolidare le motivazioni poste alla base della loro collaborazione.

L’organizzazione del controllo

Qualora il cinghiale sia anche causa di eccessivo impatto alle attività agricole e all’ambiente naturale è possibile ricorrere allo strumento del controllo, sulla base del parere dell’I.S.P.R.A. Questo potrà avvenire anche nelle aree protette (inclusi i parchi), dove l’assenza della caccia spinge i cinghiali a rifugiarsi e a concentrarsi durante la stagione ve­natoria; nelle zone sottoposte invece alla gestione programmata della caccia, i1 ricorso al controllo risulta importante ai fini del completamento del piano strutturato, con l’obiettivo di ridurre la popolazione al di sotto della soglia di densità prevista: proprio per questo motivo, lo strumento del controllo dovrebbe essere considerato solo come un intervento correttivo da utilizzarsi in maniera eccezionale. Anche per il controllo, come per la caccia, è necessaria la preventiva stesura di un regolamento che stabilisca in modo chiaro, tempi, modi e soggetti coinvolti, al quale poi andrà affiancato, con cadenza annuale, un documento di programmazione delle attività all’interno del quale dovranno essere specificati gli obiettivi da raggiun­gere (densita obiettivo, % di riduzione degli impatti ecc.). A tal riguardo sarà estremamente importante che vi sia uno stretto coordinamento nella definizio­ne e raggiungimento degli obiettivi, tra amministra­zioni provinciali e enti gestori delle aree protette.

Indispensabile la partecipazione dei cacciatori

Il ricorso a cacciatori all’uopo abilitati (coadiutori nel controllo del cinghiale) si rende ormai indispen­sabile in quanto le sole figure istituzionali (polizia provinciale, guardaparco, corpo forestale ecc.) non sono assolutamente in grado di far fronte a una in­tensa e diffusa attività di contenimento. I coadiutori al controllo del cinghiale dovranno essere stati ade­guatamente formati, anche per quanto riguarda gli aspetti amministrativi legati a tale attività (che non sono gli stessi previsti per la caccia ancorchè le tec­niche utilizzate spesso siano le stesse), e dovranno altresi essere coordinati dal personale di istituto. La Provincia di Verona, proprio per incentivare le azioni di controllo sul territorio, ha assegnato, ad esempio, all’A.T.C. o al Comprensorio alpino (a seguito dell’ac­quisizione della loro disponibilità), l’organizzazione e l’attuazione degli interventi di controllo in modo autonomo, a seguito della condivisione degli obietti­vi da raggiungere e del “percorso” tecnico-operativo e amministrativo per il loro svolgimento. In ragione alle finalità che stanno alla base dell’attività di con­trollo (che a quella di ridurre gli impatti prodotti), indispensabile che gli interventi vengano effettuati preventivamente all’insorgere dei danni alle colture, concentrando gli sforzi nel periodo compreso tra gennaio e maggio.

Metodiche e periodi di controllo

Le metodiche di controllo devono essere a basso impatto e quindi saranno rappresentate dal prelievo all’aspetto (da appostaniento) e dalla girata, che però, nelle zone interessate dalla presenza e gestione del capriolo, dovrà essere vietata da maggio a set­tembre, per evitare di disturbare la fase del partoe dello svezzamento di questa specie. Nelle aree protette il controllo andrebbe effettuato durante il periodo di caccia (novembre-gennaio), così da realizzare un’attiva azione di disturbo in tutte quelle parti di territorio che fungono da “rifugio” durante tale periodo e da “serbatoio” per l’irradiamento all’esterno una volta terminato questo. Nelle zone interessate dalla caccia, il controllo in­vece dovrà essere effettuato prevalentemente al di fuori dello stesso. Anche per il controllo, al pari che per la caccia, sarà indispensabile a fine anno rendicontare l’attività svolta al fine di valutare i risultati che dovranno essere presentati a tutti soggetti direttamente coinvolti e alle diverse categorie sociali interessate nella gestione faunistico­venatoria del cinghiale.

La formazione del personale

E’indispensabile che i cacciatori coinvolti, sia nell’ attività venatoria sia ancor più nel controllo, siano consapevoli delle scelte gestionali effettuate e che, contemporaneamente, si mostrino adeguatamente preparati a svolgere un ruolo attivo. La formazione tuttavia non deve riguardare solo i cacciatori, ma più in generale tutte le altre figure professionali, a diverso titolo e grado, coinvolte nella gestione di questa specie così problematica. Ogni amministrazione provinciale o ente gestore dell’area protetta si sono adoperati in questi anni a crearsi, all’interno del territorio di propria competenza, un numero adeguato di operatori preposti alla gestione del cinghiale. A tal proposito, a seconda delle metodiche di prelievo consentito, tali corsi formativi saranno finalizzati al rilascio dell’abilitazione, ottenibile a seguito del superamento della relative prove d’esame finale, a caccia­tore di cinghiale in braccata, caposquadra per la caccia in braccata, coadiutore ai piani di controllo, conduttore di cane Jimiere (per la girata), conduttore di cane da traccia per it recupero degli ungulati feriti, rilevatore dei danni da cinghiale all’agricoltura, rilevatore bio­metrico (per la misurazione degli animali abbattuti, la stima dell’età dalla dentatura, ecc.).

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