Cane Dogue de Bordeaux: caratteristiche e cose da sapere

8 luglio 2014 0 commenti

Cane dogue de Bordeaux

Cane Dogue de Bordeaux: il molosso imperturbabile

A questa ferrea regola sono quasi sempre sfuggiti i grandi molossoidi, oggi solo ap­parentemente anacronistici se si vuol con­siderare il loro limitato utilizzo della mag­gior parte di essi rispetto al passato.Questi cani furono sempre oggetto di grande interesse e lo testimonia il gran nu­mero di razze create nelle varie aree geo­grafiche.

I molossoidi, accomunati da quello loro caratteristica espressione imperturbabile, hanno attraversato indenni i secoli, sempre, inossidabili alla volubilità della moda.

Oggi le grandi razze molossoidi sono utilizzate nella guardia e, in casi più limitati, nella difesa degli armenti.Tramontata l’epoca dell’impiego bellico, fu­rono in anni nemmeno troppo lontani aus­iliari nella caccia grossa, nella custodia dei Beni e, purtroppo, anche impiegati nei combattimenti con i consimili.

La genesi del ceppo molossoide si perde nel tempo e quindi può essere ipotizza­bile ma solo a grandi line, senza nessuna certezza.

La filogenesi non è una scienza dogmatica. lnconfondibili nel loro aspetto somatico, i molossoidi grandi e piccoli sono caratter­izzati da una struttura massiccia e possen­te, cranio alquanto voluminoso, testa qua­si sempre brachicefala (cioè più larga che lunga) con muso corto e forte e vantaggio­so sviluppo delle arcate zigomatiche e dei muscoli masseteri.

II tutto serve a garantire una presa ferrea. Taluni cinologi asseriscono che il capos­tipite delle numerose razze molossoidi di grande mole oggi esistenti sia individua­bile nel Mastino Tibetano, probabilmente in una sua forma arcaica (o forse anche più recente) ma probabilmente scomparsa neg-li anni cinquanta allorquando la Cina (tra l’indifferenza del mondo) invase in maniera devastante e cruenta il Tibet imponendo al mite popolo Tibetano una secolarizzazione che non risparmiò nulla.

Keller, Kraemer e Tschudy indicano l’Asia come luogo d’origine e conseguente centro di diffusione del primo Mastino, che pare sia appunto quello Tibetano, di cui si han­no notizie nella letteratura cinese risalente al 1121 avanti Cristo.

Fermo restando che non è data sapere da dove sia spuntato questo primo Mastino, – e curiosamente nessun cinologo, si è mai peritato di por­si domande in tal senso – si ipotizza che dall’altopiano del Tibet questi cani si siano propagati dapprima nel Nepal, poi in Cina e in India da dove poi approdarono in Grecia e successivamente presso i Romani i quali li condussero al loro seguito nel res­to di quello che oggi e il territorio Europeo e all’epoca si stavano delineando i nuovi confini dell’impero.

La diffusione dei molossoidi potrebbe essere avvenuta per tre vie.La prima riconducibile ai Fenici, mitici navi­gatori e abili commercianti che con indomi­to coraggio e non comune spirito di intra­presa solcarono i mari per barattare merci di ogni genere e forse anche cani.

Non vi sono oggettivi riscontri, ma è incon­futabile che cani molossi sono presenti in tutti i Paesi dove approdarono le navi feni­cie, dall’Italia, alla Spagna, alla Francia e alla Britannia.

La seconda potrebbe essere la diretta con­seguenza delle conquiste greche in Asia. Alessandro Magno, nel corso delle cam­pagne belliche asiatiche, fu costretto a fronteggiare inaspettatamente cani da combattimento di inaudita ferocia e al ritorno in Macedonia e verosimile che ne abbia condotti con se.

Nel 168 a.C. Paolo Emilio conquista la Macedonia e parte integrante del bottino di guerra furono cento molossi dell’Epiro, probabili discendenti dei cani che Alessandro si era portato dall’Asia. La terza ipotesi prende corpo dai mitici “pugnaces britanniae”, cani da combat­timento usati in battaglia dai Britanni con­tro l’esercito invasore di Giulio Cesare. II valoroso condottiero potrebbe averne portato in Italia alcuni esemplari. Certuni propendono per una formazione tutta europea del ceppo molossoide, individuandone il capostipite nel massiccio lupo della Svezia centrale, caratterizzato da una testa imponente.

A tutte queste belle ipotesi è attribuibile un valore paritetico perche nes­suna di esse può smentire l’altra.

Sussiste la solo certezza etimologica: il termine “molosso” deriva dai Molossi, popolo dell’antico Epiro, oggi regione della Grecia affacciata sul Mar lonio.

Cane Dogue de Bordeaux: la storia

Anche le origini del cane Dogue de Bordeaux non possono essere individuate con preci­sione.

Esiste una descrizione piuttosto dettagliata tramandataci da Varrone (risalente al pri­mo secolo a.C.) e traendo spunto da questa testimonianza, i cinologi transalpini – eterna­mente animati dal loro inguaribile sciovin­ismo – vorrebbero precipitosamente classi­ficare la razza come autoctona in aperto contrasto con una verosimile teoria anglo­sassone che propende per una discenden­za diretta dal Mastiff e dall’immancabile Bulldog Inglese.

Quest’ultimo, un tempo somaticamente diverso dall’attuate, contribuì alla creazione e alla ricostituzione di molte razze molossoi­di, compreso il nostro Mastino Napoletano. Non manca chi vorrebbe il Dogue di Bordeaux discendente da mastini giunti in Europa al seguito del popolo invasore de­gli Alani. Altri Autori rawisano incroci tra l’Alano, it Mastiff e l’iberico Dogue de Burgos.II Dogue di Bordeaux è considerata, tra le razze francesi, la più antica in assoluto.

Cane Dogue de Bordeaux: il carattere

Pare che agli inizi del novecento questo cane fosse molto popolare in Francia come cane da combattimento soprattutto nei din­torni della città omonima da cui prese poi la denominazione ufficiale.

L’evolversi della cultura influisce anche sui criteri selettivi delle razze canine e nell’attualita l’obiettivo da porsi deve essere quello di mantenere inalterate le carat­teristiche somatiche ma sfrondando il carat­tere dai fattori oggi indesiderabili perche anacronistici.

Compete all’allevatore dare consigli appro­priati ai proprietari dei suoi caniperchè nessun cane di utilità deve essere gestito da persone inesperte.

Attualmente il cane Dogue di Bordeaux è ap­prezzato come cane guardia e quindi deve essere ben equilibrato e saper esternare una giusta dose di aggressività solo a ra­gion veduta.

Compito del cane guardiano è quello di tenere lontano gli estranei dalla proprietà con la sua stessa presenza e con l’abbaio. II cane possiede uno spiccato senso della territorialità (anche se varia da razza a raz­za) e questo fattore consente alle razze daguardia di svolgere egregiamente questa antica quanto utile funzione.

II cane deve essere lasciato libero nel ter­ritorio affidatogli e se questo non è costan­temente possibile, sarà opportuno allestirgli un recinto per i momenti di necessità.

Nonostante il diffondersi della cultura cino­fila, persiste un errore ricorrente che con­siste nel lasciare il cane da guardia costan­temente nella proprietà senza mai farlo us­cire.

In tal modo viene frustrato quell’istinto di territorialità che consente al cane di difend­ere do che considera suo.

Possono bastare un paio di uscite setti­manali per permettergli di percepire diversi stimoli sia olfattivi che acustici.

La passeggiata costituisce anche un’ottima occasione per mantenere vivo il rapporto affettivo con il padrone che non deve mai venire meno anche se il cane guardiano spesso lasciato solo per motivi contingenti. Certe abitudini devono essere date in pros­pettiva del futuro ruolo e fin da cucciolo si abituerà il nostro amico a non avere ecces­sivi contatti con persone estranee alla fami­glia, pur evitando un isolamento inutile. Si avrà cura di non farlo toccare da estra­nei anche se questa abitudine può appa­rire ovvia perchè in linea generale, nessun cane deve essere toccato senza autorizzazione del padrone.

Un altro accorgimento utile può essere quello di somministrare il cibo sempre nello stesso luogo.

L’istinto guardiano fa parte del corredo ge­netico ma deve essere opportunamente col­tivato e incanalato nella sua fase iniziale, cioè nell’età giovanile.

Per concretizzare un esempio, quando un estraneo si presenta al cancello, il cane – già da cucciolone – abbaierà per difendere il suo territorio.

Bisogna incoraggiare questo atteggiamen­to positivo facendolo sentire vincitore in modo che acquisisca consapevolezza dei suoi mezzi.

Si chiederà quindi a una persona compia­cente di fermarsi fuori dal cancello e di al­lontanarsi, con naturalezza e mai brusca­mente, non appena la reazione del cane sarà convincente.

Ripetendo qualche volta questo semplice ma utile accorgimento in tempi diversi, il cane si sentirà gratificato perchè collegh­erà l’allontanamento della persona al suo abbaiare.

Lo standard del cane dogue de Bordeaux

II Dogue de Bordeaux è un cane possente, muscoloso ma non privo di armonia.

La testa è brachicefala (cioè la larghez­za prevale sulla lunghezza) e molto volu­minosa.

Nel maschio il perimetro del cranio, misu­rato nel punto di maggior larghezza, può essere uguate all’altezza al garrese. Questa particolarità riveste molta importan­za perchè una relativa maggior potenza contribuisce ad accentuare il dimorfismo sessuale.

Gli assi cranio-facciali (profili superiori del cranio e del muso) sono convergenti. Devono essere presenti le caratteristiche rughe simmetriche e piuttosto profonde che si accentuano quando il cane è in attenzione. Altro particolare importante perchè contri­buisce a tipicizzare l’espressione.

II muso deve essere molto più corto rispetto al cranio ed è largo e possente.

Molto difettoso il muso eccessivamente cor­to e appuntito.

II naso (tartufo) è nero o color bruno in sinto­nia con il colore della maschera, non deve essere mai macchiato o depigmentato.

Le mascelle sono larghe e potenti e la den­tatura deve essere compteta e forte.

II Dogue di Bordeaux è prognato e pertanto la mandibota è più lunga rispetto alla ma­scella.

II prognatismo non deve però essere ecces­sivo e si quantifica in un paio di centimetri. I denti incisivi e canini non devono essere visibili a bocca chiusa. Le labbra superiori sono pesanti, legger­mente pendule, e si arrotondano in pros­simita del mascellare inferiore.

La tipica espressione del cane Dogue de Bordeaux denota equilibrio e fierezza ed importante che gli occhi siano ben distan­ziati fra di loro e di colore che va dal noc­ciola al bruno in sintonia con il colore della maschera.

Le orecchie sono relativamente piccole e di colore appena più scuro rispetto al colore del mantello, con la base un po’ sol­levata e ricadenti lungo le guance.L’incollatura è massiccia, il toraceampio e disceso, ben sviluppato e pos­sente.

La coda portata basso ed è spessa alla radice, la punta non oltrepassa il garretto. Il pelo è corto, fine, di color mogano a fulvo in tutta la sua gamma.

E’ caratteristica la maschera nera o rossa. L’altezza al garrese varia da cm 60 a 68 nei i maschi e da cm 58 a 66 nelle femmine.

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